Solita cittadina quasi dispersa nel nulla, solita liceale complessata, 
Appena entrato in sala ad inizio film mi è sembrato di essere in presenza di un lungometraggio dei primi anni 2000. Affascinante, ma non troppo esaustivo.

Il norvegese Lars Klevberg, all’esordio nel lungometraggio (vedi in fondo all’articolo), ripropone quello che era un suo cortometraggio datato 2015, proponendolo come una sorta di prologo per poi passare a raccontare tutt’altra storia, nella quale la macchina fotografica resta comunque al centro della storia.

L’esigenza di dare corpo alla storia però gli si ritorce quasi contro,  banalizzando, in parte, le caratteristiche originali per proseguire in un percorso narrativo abbastanza usuale e già più volte visto, per concludersi con il solito gruppo di liceali alle prese con un oggetto maledetto da cui sembra impossibile scappare. 

Il film si riduce così alla consueta corsa contro il tempo per cercare di fermare una creatura spettrale e apparentemente onnipotente. Ovviamente per farlo, i giovani devono scoprire perché la fotocamera è posseduta. La storia si sviluppa in modo molto prevedibile sino alla parte finale nella quale ci sono alcune svolte narrative giocate con discreta capacità allo scopo di creare tensione e, soprattutto, incertezza e sorpresa. L’esito non è trascendentale, ma almeno movimenta un po’ le cose.